Crea sito

APOCATASTASI

VITO MANCUSO PARLA DELL’APOCATASTASI
L’APOCATASTASI NELLA TEOLOGIA CATTOLICA CONTEMPORANEA
Per quanto concerne i teologi cattolici io annovero tra i sostenitori dell’apocatastasi lo svizzero Hans Urs von Balthasar, teologo universalmente noto per la monumentale trilogia teologica in sedici volumi, sette dell’Estetica teologica, cinque della Teodrammatica, tre della Teologica e il volume finale Epilogo. Sono sicuro che von Balthasar non accetterebbe questo mio giudizio, ma io ritengo di poterlo argomentare. Nel quinto volume della Teodrammatica, dedicato all’escatologia e intitolato L’ultimo atto, egli presenta sia i numerosi testi neotestamentari a favore della salvezza universale (“un grande numero di testi parlano realmente a favore di una riconciliazione universale”) sia quelli altrettanto numerosi a favore della dannazione eterna. Per quanto egli si sforzi di essere equilibrato e di mantenere il dogma dell’eternità dell’Inferno, chi legge si rende conto con facilità che il cuore di von Balthasar è ultimamente a favore della prospettiva universalistica, al punto che “non è consentita la disperazione a riguardo di un solo peccatore, e ciò ha valore anche per Giuda”. Se il valore sotteso alla dannazione eterna è la salvaguardia divina della libertà umana, von Balthasar osserva che “gli uomini non sono liberi all’infinito” ma, aggiunge citando la mistica Adrienne von Speyr che fu il punto di riferimento del suo pensiero, “sono liberi all’interno della più grande libertà dell’uomo (come suppone la dannazione eterna), ma alla libertà di Dio che vuole realizzare il suo progetto di vita per tutti. Dove comunque emerge in piena evidenza il favore che von Balthasar accorda alla dottrina della salvezza universale è nella critica alla dottrina del “doppio esito del giudizio finale” che egli giustamente riconduce ad Agostino, colpevole per von Balthasar di aver “ridotto la speranza cristiana al solo soggetto che spera, così che non sarebbe possibile sperare per altri e per la loro salvezza”. E nel nome di questa speranza per la salvezza di tutti che von Balthasar parla di un necessario contromovimento moderno contro il soprappeso della tradizione agostiniana per liberare la speranza anche per gli altri senza eccezione”. Certo, von Balthasar conclude criticando “la speranza a buon mercato della teoria dell’apokatasis”, ma come chiamare la “speranza più cara” in una salvezza universale da lui auspicata, se non, ancora una volta, apocatastasi?
Le cose divengono ancora più chiare nel saggio Was durfen wir hoffen?, letteralmente “Che cosa ci è lecito sperare?”, domanda la cui risposta si trova nel titolo con cui l’opera venne pubblicata qualche anno dopo in italiano, Sperare per tutti. Ciò che ci è lecito sperare è la salvezza universale. A differenza del voluminoso tomo della Teodrammatica, questo saggio più agile provocò una forte reazione da parte dei cattolici tradizionalisti con una serie di articoli polemici, come racconta lo stesso von Balthasar: “Il mio volume Was dürfen wir hoffen? è stato fatto a pezzi con accanimento sulla rivista Theologisches, con l’efficace collaborazione della rivista Der Fels; e davanti agli occhi ho un fascio di lettere ingiuriose e altre che mi scongiurano di tornare alla retta fede”. L’organica connessione tra quanto affermato nel suo breve saggio e le sue opere sistematiche della maturità è ribadita dallo stesso von Balthasar quando scrive, a proposito delle due riviste teologiche tradizionaliste, che “lo stupore manifestato dai due fogli dimostra che non hanno mai preso conoscenza delle mie opere maggiori, nelle quali da un bel pezzo si sarebbe potuta trovare abbondante legna per il mio rogo”.
La polemica ebbe il vantaggio di costringere il grande teologo a precisare meglio il suo pensiero, cosa che fece nel Breve discorso sull’Inferno, una delle ultime opere prima della morte avvenuta il 26 giugno 1988. E qui che con maggiore chiarezza von Balthasar ha cercato di risolvere i problemi insolubili legati alla dannazione eterna mediante l’ipotesi dell’Inferno vuoto. E vero che egli attribuisce ad altri tale espressione che anzi sembra non gradire affatto (“Inferno vuoto, che razza di espressione!”), però nella sostanza è esattamente quanto afferma egli stesso quando polemizza contro coloro ai quali attribuisce il concetto di “Inferno popolato” o “Inferno pieno”. La sua soluzione consiste nell’ammettere la realtà dell’Inferno come concreta possibilità per la libertà umana e al contempo nel ritenere più conforme al Cristianesimo, stante la volontà salvifica universale di Dio, la speranza di salvezza per tutti gli uomini, arrivando quindi a ipotizzare un Inferno necessariamente vuoto.
Io mi chiedo, però, qual è la differenza sostanziale tra un Inferno vuoto e la teoria dell’apocatastasi, e non ho altra risposta se non“nessuna differenza”. Anzi, è molto probabile che Agostino avrebbe accusato von Balthasar di essere ancora più pericolosamente misericordioso e amico degli uomini di
Origene perchè almeno questi faceva trascorrere ai malvagi un lungo e doloroso periodo di tempo nell’Inferno prima di iniziare l’ultima purificazione in vista della restaurazione finale, mentre von Balthasar (costretto dal voler rimanere fedele al dogma dell’eternità dell’Inferno) per ottenere la salvezza universale deve necessariamente pensare l’Inferno senza nessun abitante, vuoto, e quindi finisce per collocare tutti i malvagi direttamente in Purgatorio.
Origene e Gregorio di Nissa, che l’ha seguito così da vicino, non hanno mai parlato di Inferno vuoto, non hanno mai negato l’Inferno e la sua popolazione, hanno ammesso la sua esistenza e le sue pene terribili, solo che non l’hanno pensato come eterno, perché eterno, per Origene e Gregorio (e per la logica delle cose, come cercherò di mostrare), è solo Dio, è solo l’essere compiuto e ordinato come bene.
Il fatto che, posta la condanna dell’apocatastasi intrapresa dall’imperatore Giustiniano e poi ripetutamente confermata dalla Chiesa, al teologo che voglia pensare l’assunto neotestamentario di Dio “tutto in tutti”, e che voglia insieme rimanere del tutto conforme all’ortodossia, non resta altra strada se non quella individuata, con una sorta di escamotage, da von Balthasar.
Il grande teologo, nominato cardinale da Giovanni Paolo II, ha del tutto ragione nel dire che non sono più accettabili le idee elaborate dalla tradizione per risolvere il problema di come si
Possa pensare compiuto il piano di Dio al fine di essere “tutto in tutti” se c’è la dannazione eterna di alcune sue creature, anzi di alcuni suoi figli. Tale idee elaborate dalla tradizione, e che oggi
ripugnano alla coscienza spirituale oltre che al comune buon senso, vengono presentate in questo modo da von Balthasar:

“Che Dio raggiunge il suo scopo anche allorquando per mezzo dell’Inferno viene glorificato non il suo amore ma la sua giustizia. Oppure che egli continua ad amare eternamente i dannati, cosa che precisamente costituisce la loro pena. Oppure che egli sì li ama, ma non ha alcuna compassione per loro e anche a quelli che sono beati presso di Lui vieta di avere una simile compassione. Oppure, con Tommaso d’Aquino, che in Cielo non si può essenzialmente avere più alcuna compassione, poiché compassione presuppone una partecipazione al dolore dell’oppresso, cosa che diminuirebbe la beatitudine”.

Dopo questa desolante sfilata di relitti teologici, von Balthasar saggiamente conclude: “Lasciamo stare simili idee impensabili”. È giusto, lasciamole stare; l’onestà intellettuale però impone che l’ipotesi dell’Inferno vuoto venga chiamata col suo vero nome: apocatastasi.
La medesima prospettiva balthasariana di cripto-apocatastasi si ritrova nel volume dei due attuali professori di teologia sistematica presso l’Università Gregoriana, i gesuiti Gerald O’Collins e Mario Farrugia: “Possiamo sperare che l’universale proposito salvifico di Dio si rivelerà efficace e che egli sarà infine ‘tutto in tutti’, vale a dire che conseguirà il divino obiettivo di salvare tutta la creazione”. Io mi chiedo come si possano scrivere parole come queste senza nominare il concetto speculativo che le veicola, cioè l’apocatastasi. (V. Mancuso, L’anima e il suo destino).